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Carcere a chi diffama su Facebook: la parola alla Cassazione

People are silhouetted as they pose with laptops in front of a screen projected with a Facebook logo, in this picture illustration taken in Zenica October 29, 2014. Facebook Inc warned on Tuesday of a dramatic increase in spending in 2015 and projected a slowdown in revenue growth this quarter, slicing a tenth off its market value. Facebook shares fell 7.7 percent in premarket trading the day after the social network announced an increase in spending in 2015 and projected a slowdown in revenue growth this quarter.   REUTERS/Dado Ruvic (BOSNIA AND HERZEGOVINABUSINESS LOGO - Tags: BUSINESS SCIENCE TECHNOLOGY LOGO TPX IMAGES OF THE DAY)

People are silhouetted as they pose with laptops in front of a screen projected with a Facebook logo, in this picture illustration taken in Zenica October 29, 2014. Facebook Inc warned on Tuesday of a dramatic increase in spending in 2015 and projected a slowdown in revenue growth this quarter, slicing a tenth off its market value. Facebook shares fell 7.7 percent in premarket trading the day after the social network announced an increase in spending in 2015 and projected a slowdown in revenue growth this quarter. REUTERS/Dado Ruvic (BOSNIA AND HERZEGOVINABUSINESS LOGO – Tags: BUSINESS SCIENCE TECHNOLOGY LOGO TPX IMAGES OF THE DAY)

La diffamazione su Facebook deve essere punita con il carcere? A deciderlo, il 28 aprile, saranno i giudici della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, chiamati a decidere su una querela che nel 2010, in seguito a una burrascosa separazione, una donna aveva presentato nei confronti dell’ex marito accusandolo di aver pubblicato sul social network alcuni post e commenti dal contenuto diffamatorio.

Il processo venne incardinato inizialmente davanti al Giudice di Pace che però aveva dichiarato la sua incompetenza ritenendo la diffamazione su Facebook aggravata dal mezzo della pubblicità e quindi di competenza del Tribunale. Il fatto che la diffamazione a mezzo Facebook sia considerata aggravata o meno è molto rilevante.
“Infatti mentre il Giudice di Pace applica soltanto delle multe, il Tribunale può anche infliggere il carcere e, nel caso di diffamazione aggravata, la reclusione da sei mesi a tre anni”, spiega l’avvocato Gianluca Arrighi, difensore dell’uomo accusato dalla moglie di averla offesa sul social network.
“La diffamazione è punita con il carcere quando viene commessa con un mezzo di pubblicità. Tutto ruota, di conseguenza, intorno al significato di ‘mezzo di pubblicità’. Facebook non può essere paragonato a un blog o a un quotidiano online, visionabile da chiunque sulla rete. Facebook infatti – ha detto il penalista e scrittore – prevede che l’utente debba iscriversi al social network, creare un proprio account e che i post successivamente pubblicati vengano condivisi soltanto con gli ‘amici’. Manca perciò il requisito tipico dei cosiddetti mezzi di pubblicità, ossia che le frasi offensive possano essere visionate da una pluralità indeterminata di soggetti”.
Il Tribunale di Roma ha accolto l’eccezione sul conflitto di competenza sollevata da Arrighi e ha trasmesso gli atti alla Corte Suprema affinché risolva la questione in via definitiva. Il 28 aprile, quindi, i giudici della Cassazione decideranno se chi offende e diffama tramite Facebook rischierà o meno di finire in carcere.