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DiCaprio ha vinto l’Oscar come attore protagonista in Revenant

L’impegno eccezionale, estremo, tra i ghiacci di Revenant – Redivivo convincerà questa volta l’Academy.

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EBBENE SI! Leonardo DiCaprio ha vinto l’Oscar come attore protagonista in Revenant. L’attore era alla sua quinta nomination. Dico che forse questa performance non è eppure la sua migliore.
I precedenti: Buon compleanno Mr. Grape, The Aviator,  Blood Diamond, The Wolf of Wall Street. Tutte grandi prove d’attore. E a parer mio alla lista ne mancano altre, come Poeti dall’inferno, Nessuna verità, J. Edgar e Il grande Gatsby. Il film tratto dal romanzo di Scott Fitzgerald presenta un fotogramma che potrebbe rappresentare il logo di documenti ufficiali del cinema. Quando DiCaprio si rivela al suo interlocutore Nick Carraway: “Sono io Gatsby”. Quel sorriso, quella sicurezza, quell’appeal, appartengono solo a Leonardo, il “genio”, (anche lui) il più grande attore americano del cinema contemporaneo. La sua azione in Revenant è antropologica, vive in un girone dell’inferno dei ghiacci, delle fiere, del dolore fisico, della sopravvivenza primitiva. Leonardo ha più volte rilevato il suo impegno particolare, la fatica terribile in quello scenario ancestrale.

Quel sorriso, quella sicurezza, quell’appeal, appartengono solo a Leonardo, il “genio”, (anche lui) il più grande attore americano del cinema contemporaneo.

Pino Farinotti

Digitale
C’è molto digitale in quel film, è notorio che l’orso che massacra il cacciatore è virtuale. Ma l’attore che mangia il pesce crudo, che brucia la polvere su una ferita, che si protegge dal freddo nelle interiora di un cavallo, che scende nella corrente di quel fiume del nord, sono azioni vere. È quell’impegno eccezionale, estremo, che ha portato molti punti per l’attribuzione dell’Oscar. E c’è dell’altro. È vero che, nel quadro delle valutazioni dei membri dell’Academy la trasfigurazione è sempre stata un modello vincente. Può significare pazzia, menomazione, malattia, tutti registri ai quali gli attori, quelli bravi naturalmente, amano applicarsi. Certi addetti, tecnici, puristi, non sono così positivi verso quel metodo. L’obiezione sarebbe: “Trattasi di registri infiniti, non codificati, persino facili perché ti ci puoi muovere come credi, valgono tutti gli estremi.” Però l’interpretazione diventa efficace, clamorosa, lo spettacolo ci guadagna. DiCaprio ha vinto per molte ragioni. La prima l’ho detta sopra nella sua collocazione nel cinema americano. A seguire: è stato maltrattato, magari preso in giro, più volte, dall’Academy. Per questa nomination si è innescata una campagna a suo favore talmente potente che l’establishment hollywoodiano, la parte che non lo ama, non oserà… provocare il mondo. Quel movimento è forte, ma adesso DiCaprio è più forte. Rientra negli “anomali della trasfigurazione” chiamiamoli così, che hanno vinto l’Oscar quando non erano al massimo del loro percorso o erano impegnati in ruoli che li deformavano o abbruttivano. Sono molti, in tutte le epoche.

Retrospettiva
Un racconto, una retrospettiva è interessante e opportuna. Andiamo a ritroso, certo con delle omissioni, rispetto alla memoria più viva e recente: Eddie Redmayne (La teoria del tutto), nella parte del cosmologo Stephen Hawkig è colpito da un male degenerativo che gli inibisce praticamente tutte le funzioni; Matthew McConaughey è irriconoscibile, drogato e alcolizzato in Dallas Buyers Club; Daniel Day Lewis deve il primo (di 3) Oscar al suo “piede sinistro“. Tom Hanks è sfigurato, nel volto e nel fisico, dall’aids in Philadelphia. Dustin Hoffman è il geniale autistico in Rain Man; Marlon Brando dovette abbruttirsi da giovane (Fronte del porto) e da maturo (Il padrino) per ottenere le statuette; Robert De Niro si attenne a una dieta che quasi lo uccideva in Toro scatenato; Al Pacino era cieco in Profumo di donna; Jack Nicholson si finse matto in Qualcuno volò. Per finire il gigante John Wayne, costretto, ormai anziano, a una benda sull’occhio per il suo unico Oscar riparatore nel Grinta. Per le donne il fenomeno è minore. Ricordabili Charlize Theron, “mascolinizzata” in Monster e Nicole Kidman uno dei volti più belli del cinema sfigurata, con quel naso, per fare Virginia Woolf in The Hours. Marion Cotillard è impressionante nella Vie en rose, nel dare corpo e volto a una Edith Piaf, malata, “rimpicciolita” e trasfigurata. Jessica Tandy, attrice grande e completa si vide premiare ultraottantenne in A spasso con Daisy.
Leonardo DiCaprio, ribadisco, ha dunque ottenuto giustizia, era tempo. Il riconoscimento riguarda l’artista e l’uomo, la sua attenzione al sociale e alla salvaguardia ambientale. Un impegno che non è propaganda, ma sensibilità e consapevolezza. Vere, non virtuali.