Puglia, scontro fra treni tra Andria e Corato

Puglia, scontro fra treni tra Andria e Corato: più di 20 morti fra macchinisti e pendolari, 50 feriti

L’incidente in un tratto a binario unico. Bambino estratto vivo da uno dei convogli. Emergenza sangue: in tanti in ospedale ad Andria e al Policlinico per donare. Il sindaco di Corato: “Sembra un disastro aereo”. Nello scontro fra treni tra Andria e Corato a voi le testimonianze.

CORATO – “Sembra un disastro aereo”. Chi ha visto i due treni accartocciati nella campagne della Murgia fra Andria e Corato racconta così il disastro. Venti morti e oltre 50 feriti, molti dei quali incastrati nei convogli, nello scontro frontale fra due treni di linea delle Ferrovie Nord Barese avvenuto in mattinata sul tratto a binario unico. Ma il bilancio delle vittime sembra purtroppo destinato ad aumentare.

L’ospedale da campo e gli psicologi. Tra i feriti soccorsi negli ospedali di Andria, Barletta e Bisceglie – 18 dei quali sono in gravi condizioni – c’è anche un bambino di pochi anni portato in ospedale a bordo di un elicottero. Nella zona dell’incidente è stato allestito un ospedale da campo per i primi soccorsi. La Asl ha messo in campo un coordinamento psicologico sia sul luogo della tragedia sia negli ospedali in collaborazione con l’Ordine degli psicologi. Le salme vengono trasferite all’Istituto di medicina legale di Bari.

Bari, scontro tra treni: le prime immagini sul luogo dell’incidente

 

Il presidente Mattarella e il premier Renzi. “Non ci fermeremo finché non sarà fatta chiarezza”, ha detto il presidente del consiglio, Matteo Renzi, che ha espresso il “cordoglio” per le vittime del disastro. Il premier arriverà stasera in Puglia. Di “tragedia inammissibile” e “profondo dolore” parla invece il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il capo dello Stato chiede di “fare piena luce: occorre accertare subito e con precisione responsabilità ed eventuali carenze”. Il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, si è attivato e ha chiamato la società Rfi chiedendo di mettersi a disposizione e dare tutto il supporto alle società coinvolte (che non sono del gruppo Fs) e alle indagini.

L’intervento dal cielo. Si sono mossi anche l’elisoccorso della Protezione civile e quello dei vigili del fuoco. I primi rilievi aerei effettuati dai vigili del fuoco avevano dato l’idea della violenza dello scontro. Uno dei treni ha soltanto due vagoni rimasti pressoché intatti; l’altro soltanto l’ultimo, quello di coda. “E’ un disastro come se fosse caduto un aereo”, scrive sul proprio profilo Facebook il sindaco di Corato, Massimo Mazzilli.

Scontro tra treni, il racconto di un sopravvissuto salvato dalla moglie

L’emergenza sangue. Il centro trasfusionale di Andria sta effettuando una raccolta straordinaria di sangue all’ospedale di Andria: servono donatori del gruppo 0 positivo. Visto il notevole afflusso di donatori, fanno sapere dal centro, è consigliabile andare in ospedale nella mattinata di domani. Il dipartimento regionale di Promozione della salute comunica che tutti i servizi trasfusionali della Regione Puglia rimarranno aperti oggi e domani dalle 8 alle 19. Tanti in coda anche al Policlinico di Bari.

Il centro di accoglienza. La Protezione civile della Bat rende noto che presso il palazzetto dello sport in viale Germania ad Andria ̬ allestito un centro di accoglienza per parenti delle vittime e un centro di informazione per il ricongiungimento familiare dei passeggeri. I numeri presso cui ̬ possibile contattare i responsabili della struttura sono 331.171.31.03 Р0883.299.750 Р0883.299.416 e 0883.299.411.

La testimonianza del poliziotto. “Una scena spaventosa, allucinante: questo è quello che ho visto”, racconta un agente di polizia, con la divisa impolverata, impegnato a scavare fra i detriti. “Ho visto persone morte, altre che chiedevano aiuto, persone che piangevano. La scena più brutta della mia vita”.

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Pornografia per ciechi

Pornografia per ciechi. Gratis e on line. Ascoltare per credere.

Vi siete mai chiesti come far gustare a un cieco un film porno? Semplice. Basta fare una piccola ricerca su Google. E’ gestito da una organizzazione no profit che offre accurate descrizioni audio di quanto accade sugli schermi. Il servizio di pornografia per ciechi è in inglese e completamente gratis. Ascoltare per credere!

La pornografia è uno dei grandi mali della nostra società, che va a minare la salute psico-fisica. Rovina tante persone, tante famiglie e tante relazioni. Eppure il fenomeno è sempre più diffuso.

Viene da chiedersi come mai avviene tutto questo. La risposta è facile: la pornografia è solamente una modalità con cui si tenta di rispondere a un malessere, uno strumento per mezzo del quale si cerca di riempire un vuoto. Antonio Morra, nel suo “PornoTossina“, affronta il fenomeno a 360 gradi.

Del fenomeno della pornografia abbiamo già parlato svariate volte (vedere ad esempio qui, qui, qui, qui e qui). Ma torniamo oggi ad affrontare l’argomento per dare evidenza – ovviamente nell’intento di condannarlo – del fatto che «il colosso del video-sharing porno, Pornhub, ha lanciato l’audio-descrizione di alcuni filmati a luci rosse, rendendo in qualche modo “accessibili” i contenuti hard anche a chi non può vederli», accompagnando all’audio degli stessi una descrizione vocale rispetto al fisico degli attori, ai loro vestiti, alle posizioni che assumono… Ci fermiamo qui per rispetto dei nostri Lettori.

L’iniziativa è stata portata avanti dalla divisione filantropica di Pornhub, Pornhub Cares, ed è stata accolta favorevolmente dall’American Council of the Blind, l’organismo nazionale per i ciechi.

Per ora la neonata sezione d Pornhub conta circa cinquanta filmati, scelti tra quelli più popolari nei siti porno. Un’operazione astuta, dettata da logiche commerciali di bassissimo profilo, e che vorrebbe andare ad acquisire la fetta di mercato comprendente i 285 milioni di persone che non riescono a vedere in tutto il mondo.

«Il nostro obiettivo è assecondare ogni desiderio degli utenti», ha dichiarato Corey Price, vicepresidente di Pornhub. «Selezioniamo i video che possono essere meglio di altri narrati e descritti nei dettagli. Cerchiamo di descrivere tutto ciò che può dare all’utente la migliore esperienza e che non può essere tratto dall’audio originale».

Questa novità segna un altro passo verso l’abbrutimento dell’uomo, che viene sempre più degradato al livello animale. Ma, si sa, il business è business…

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Palestina senz’ acqua . Israele chiude i rubinetti durante il Ramadan

Palestina senz’ acqua . Israele ordina all’unica società idrica che fornisce acqua ai Territori palestinesi di interrompere la sua attività. Le ragioni rimangono sconosciute e il Ramadan inizia senz’acqua.

Palestina senz’ acqua e l’acqua, come tutti sanno è vita”. Lo ha ribadito June Kunugi, rappresentante Unicef per la Palestina, durante l’inaugurazione del primo impianto di desalinizzazione dell’acqua marina a Gaza. Proprio mentre Israele decideva di tagliare le forniture di acqua verso i territori della Cisgiordania, lasciando decine di migliaia di palestinesi senz’acqua durante il mese del Ramadan, sacro per la religione musulmana.

Secondo le ONG i palestinesi sono costretti a vivere con pochi litri di acqua al giorno. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Secondo le ONG i palestinesi sono costretti a vivere con pochi litri di acqua al giorno. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Nei primi due giorni di Ramadan, infatti, Mekorot, l’unica società incaricata da Israele di rifornire acqua alle città palestinesi, ha chiuso i rubinetti della città di Salfit, costringendo la popolazione ad acquistare bottiglie d’acqua a prezzi esorbitanti. Ayman Rabi, direttore di Palestinian Hydrology Group – una ong palestinese impegnata a migliorare l’accesso all’acqua – si è rivolto all’emittente araba Al Jazeera per spiegare che la gente sta vivendo una crisi idrica ormai da più di 40 giorni. “Queste persone vanno in giro a cercare zampilli d’acqua spontanea e sono costrette a vivere con non più di due o tre litri d’acqua al giorno. Ovunque sono cominciati i razionamenti”. Intanto le autorità della città di Jenin, cittadina della Cisgiordania con una popolazione di oltre 40mila persone, hanno riferito che riterranno Mekorot “unica responsabile per eventuali tragedie derivanti dalla carenza d’acqua durante i caldi mesi estivi”. Considerando che in queste zone le temperature superano i 35 gradi.

Un uomo torna a casa con dell’acqua. Il 95% dell’acqua utilizzata dai palestinesi non è adatta a scopi umani. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Un uomo torna a casa con dell’acqua. Il 95% dell’acqua utilizzata dai palestinesi non è adatta a scopi umani. Foto di Ali Jadallah/Anadolu Agency/Getty Images

Secondo le Nazioni Unite la quantità minima d’acqua per persona al giorno deve essere di 7,5 litri. Gli israeliani, compresi i coloni, consumano 350 litri per persona al giorno mentre i palestinesi, in media, ne consumano 60. Senza prendere in considerazione la qualità dell’acqua consumata: secondo Johannes Hahn, commissario europeo per l’Allargamento e la Politica di vicinato, presente anche lui all’inaugurazione dell’impianto di desalinizzazione, il 95 per cento dell’acqua utilizzata dai palestinesi sarebbe “inadatta per l’uso umano”.

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Zoofilia: in Canada, a dovute condizioni, è lecita

Quando si diceva che la zoofilia può benissimo essere la logica conseguenza dell’ideologia gender, parlavamo a ragion veduta.

Se tutto è ammesso e se ogni identità sessuale od orientamento di genere è normale (tanto quel che conta è solo l’amore), allora perché scandalizzarsi della relazione intima tra uomo e animali? O perché considerare folle una persona che, sentendosi cane, si maschera e si comporta come tale?

Il bello è che ora sul tema è intervenuta ufficialmente persino la Corte Suprema di uno Stato “civile”, “illuminato” e “progredito”.

Zoofilia-con-la-capra

Stiamo parlando del Canada. Come scrive l’Independent, gli alti giudici canadesi hanno stabilito, con una sentenza che passerà alla storia, che i rapporti sessuali tra esseri umani ed esseri animali sono leciti. Purché – badate bene – non vi sia penetrazione fra i soggetti coinvolti.

Il tutto è nato dalla vicenda di un tizio che, già condannato per violenza sessuale verso le sue figliastre, aveva a suo carico altri tredici capi di accusa, fra cui, per l’appunto, quello di bestialità.

I legali hanno fondato la difesa del loro assistito ricordando che il reato di bestialità, legato ad atti di sodomia con animali, previsto dal Codice penale del 1892, non ha mai compreso ogni genere di relazione sessuale fra uomini e animali. Ergo, secondo gli avvocati, non ogni forma di zoofilia rientra nella fattispecie della bestialità e dunque l’accusato – che non si è capito bene quale tipo di intimità abbia avuto con le bestie – avrebbe dovuto essere scagionato, almeno relativamente a quel punto.

Questa tesi è stata accolta dalla maggioranza dei giudici (7 contro 1), i quali hanno così stabilito che si ha bestialità solo quando viene consumato un rapporto sessuale completo fra uomo e animale: un rapporto che quindi presuppone la penetrazione.

Ci scusiamo per la trattazione di un argomento così scabroso, ma lo abbiamo riportato per mostrare fino a che punto è arrivato l’Occidente. La fantasia – come invocavano i sessantottini – è davvero arrivata al potere. Una fantasia antica, come quelle dei miti greci in cui Zeus si trasformava in animale per sedurre le donne cui mirava (come Leda, che si unì al cigno, che vedete sopra nel dipinto del Correggio).

Ci sarà qualcuno, allora,  che dirà: “Anche i Greci lo facevano!”

Cosa ne pensate voi? Fateci sapere, commentate…

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Siria ospitava rifugiati europei

Nei primi anni ’40, la Siria ospitava rifugiati europei,  Aleppo (così come Nuseirat in Palestina e diverse località in Egitto) ha accolto migliaia di europei in fuga dagli orrori e dalle tragedie della seconda guerra mondiale.


di Evan Taparata e Kuang Keng Kuek Ser – FONTE

Da quando cinque anni fa è scoppiata la guerra civile in Siria, milioni di rifugiati hanno cercato porto sicuro in Europa via terra e via mare, attraverso la Turchia e il Mediterraneo.

Anche 70 anni fa dei rifugiati hanno attraversato queste stesse rotte. Ma non erano siriani e hanno viaggiato nella direzione opposta. Al culmine della seconda guerra mondiale, il Middle East Relief and Refugee Administration (MERRA) ha gestito campi in Siria, Egitto e Palestina, dove hanno cercato rifugio decine di migliaia di persone provenienti da tutta Europa. Essi! La Siria ospitava rifugiati europei!

Il Merra faceva parte di una rete crescente di campi profughi di tutto il mondo gestiti da uno sforzo collaborativo di governi nazionali, ufficiali militari ed organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali. Vari gruppi di assistenza sociale – tra cui il Servizio Internazionale per le Migrazioni, la Croce Rossa, la Fondazione Vicino Oriente e Save the Children Fund – si sono inseriti in questa attività di supporto al Merra. Successivamente i campi sono stati gestiti dalle Nazioni Unite.

La Siria ospitava i rifugiati europei

Mappa a cura di Kuang Keng Kuek Ser

Clicca qui per accedere alla mappa interattiva

Gli archivi forniscono informazioni limitate sulla demografia dei campi profughi della seconda guerra mondiale in Medio Oriente. Le informazioni che sono disponibili mostrano tuttavia che, secondo le previsioni dei funzionari del campo, quest’ultimo sarebbe stato in grado di ospitare altri profughi nel corso del tempo. Le informazioni geografiche sulla posizione dei campi provengono da registrazioni dell’archivio del ramo statunitense del Servizio Sociale Internazionale, situati presso il Social Welfare History Archives dell’Università del Minnesota.

Nel marzo 1944 i funzionari che hanno lavorato per il Merra e il Servizio migrazione internazionale (in seguito chiamato Servizio Sociale Internazionale) hanno pubblicato relazioni su tali campi profughi nel tentativo di migliorarvi le condizioni di vita. Le relazioni offrono una finestra nella vita quotidiana dei cittadini europei – in gran parte dalla Bulgaria, dalla Croazia, dalla Grecia, dalla Turchia e dalla Jugoslavia – che si sono dovuti adattare alla vita all’interno di campi profughi in Medio Oriente durante Seconda guerra mondiale. Le condizioni di vita riecheggiano quelle affrontate dai profughi oggi.

Credit: United Nations Archives and Records Management Section e Muhammad Hamed/Reuters

All’arrivo in uno dei numerosi campi in Egitto, Palestina e Siria, i rifugiati venivano registrati dai funzionari del campo, che distribuivano carte d’identità rilasciate dal campo. Questi documenti – che dovevano portare con sé in ogni momento – comprendevano informazioni quali il nome del rifugiato, il numero di identificazione del campo, informazioni sulla istruzione e sulla loro storia lavorativa e le abilità speciali che possedevano.

I funzionari del campo hanno mantenuto un registro con i vari dati delle persone: numero di identificazione, nome completo, sesso, stato civile, professione, numero di passaporto, commenti, la data di arrivo e, infine, la data di partenza.

La Siria ospitava i rifugiati europei

Una nota scritta a mano mostra che la MERRA gestiva oltre 40mila rifugiati, principalmente donne e bambini, nei campi profughi del Medio Oriente e Nord Africa nel luglio 1944. (Credit: su gentile concessione dell’International Social Service, American Branch records in the Social Welfare History Archives, University of Minnesota)

Una volta registrati, gli ultimi arrivati si sottoponevano a un esame medico approfondito. I rifugiati si dirigevano quindi verso ciò che erano spesso strutture ospedaliere di fortuna – di solito tende, ma a volte edifici vuoti riutilizzati come centri medici – dove si spogliavano di vestiti e scarpe per poi essere lavati a fondo fino a quando i funzionari li dichiaravano sufficientemente disinfettati.

Alcuni rifugiati – come i greci che sono arrivati nel campo di Aleppo dalle isole del Dodecanneso nel 1944 – potevano aspettarsi che i controlli medici sarebbero diventati parte della propria routine quotidiana.

Dopo che i funzionari medici, soddisfatti, li dichiaravano sufficientemente sani da unirsi al resto del campo, i rifugiati venivano smistati nei vari settori abitativi: per famiglie, per bambini non accompagnati, per uomini soli e donne sole. Una volta assegnati ad una particolare sezione del campo, i rifugiati godevano di ben poche opportunità di uscire fuori. Di tanto in tanto veniva loro concesso di andare in giro sotto la supervisione dei funzionari del campo. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei

Il generale statunitense Allen Gullion e Fred K. Hoehler, Direttore dello “United Nation’s Division of Displaced Persons”, segnano su una mappa i potenziali movimenti migratori dei rifugiati europei durante la seconda guerra mondiale. Molti europei hanno poi trovato un rifugio sicuro nei campi profughi del Medio Oriente

Credit: Su gentile concessione del Fred K. Hoehler Papers presso il Social Welfare History Archives, University of Minnesota

La Siria ospitava rifugiati europei. Percorrendo diversi chilometri per andare in città, ad esempio, i rifugiati nel campo di Aleppo potevano recarsi ai negozi per comprare beni di prima necessità, guardare un film al cinema o semplicemente trovare un po’ di distrazione dalla monotonia della vita del campo. E se anche il campo di Moses Wells, situato su oltre 100 acri di deserto, non aveva città nelle vicinanze, ai rifugiati veniva permesso di passare un po’ di tempo ogni giorno a fare il bagno nel vicino Mar Rosso.

Naturalmente, il cibo era una parte essenziale della vita quotidiana dei rifugiati. In genere, durante la seconda guerra mondiale, i rifugiati nei campi Merra ricevevano ogni giorno metà delle razioni dell’esercito. I funzionari concedevano che, quando possibile, le razioni venissero integrate con gli alimenti che riflettevano le usanze nazionali e religiose dei rifugiati. Siria ospitava rifugiati europei

Coloro che avevano la fortuna di avere i soldi avrebbero potuto comprare fagioli, olive, olio, frutta, tè, caffè e altre merci nel campo o durante le visite occasionali ai negozi locali, dove oltre al cibo potevano comprare sapone, lame di rasoio, matite, carta, francobolli e altri oggetti. I campi in cui i residenti non erano stipati erano in grado di fornire degli spazi per permettere ai rifugiati di preparare i pasti. Ad Aleppo, per esempio, nel settore femminile veniva riservata una camera per preparare i maccheroni con la farina ricevuta dai funzionari del campo.

Quando La Siria ospitava rifugiati europei e In alcuni campi, ma non in tutti, i profughi erano tenuti a lavorare. Ad Aleppo i rifugiati venivano incoraggiati, ma non obbligati, a lavorare come cuochi, come addetti alle pulizie e come calzolai. Il lavoro non era obbligatorio neanche a Nuseirat, ma i funzionari del campo cercavano di offrire ai rifugiati l’opportunità di utilizzare le proprie abilità nella falegnameria, nella pittura, nella realizzazione di scarpe e nella filatura della lana in modo da poter rimanere occupati e guadagnare un po’ di soldi dagli altri rifugiati che si potevano permettere i loro servizi. Siria ospitava rifugiati europei

Nel campo di Moses Wells, invece, venivano impiegate in qualche attività tutti coloro che erano fisicamente in forma e in grado di lavorare. La maggior parte lavorava come commerciante, addetto alle pulizie, sarto, apprendista, muratore, carpentiere e idraulico. Le “persone estremamente qualificate” venivano invece impiegate come maestri di scuola o capomastri. Le donne eseguivano ulteriori lavori domestici quali il cucito, la lavanderia e la preparazione del cibo, tra gli altri.

La Siria ospitava i rifugiati europei

Profughi croati e jugoslavi al lavoro come calzolai in un campo profughi di El Shatt, in Egitto, durante la seconda guerra mondiale (Credit: United Nations Archives and Records Management Section)

Quando La Siria ospitava rifugiati europei , Addirittura alcuni campi offrivano ai rifugiati la possibilità di ricevere formazione professionale. Nei campi di El Shatt e Moses Wells il personale ospedaliero era così striminzito che furono raddoppiati i programmi di formazione infermieristica per i rifugiati jugoslavi e greci.

In un articolo per l’American Journal of Nursing, così come in diversi rapporti rilasciati al Servizio migrazione internazionale, un’infermiera di spicco di nome Margaret G. Arnstein ha notato che agli studenti del programma sono state insegnate nozioni di infermieristica, di anatomia, di fisiologia, di primo soccorso, di ostetricia, di pediatria, così come delle norme e dei regolamenti militari che governavano i campi. Poiché la maggior parte dei rifugiati non aveva ricevuto un’istruzione formale oltre alla scuola di grammatica, Arnstein ha notato che il programma di cura è stato insegnato “in termini semplici”, ponendo enfasi sull’esperienza pratica rispetto alla teoria e alla ricerca terminologica.

Le infermiere capo del programma di formazione speravano potessero ricevere l’accreditamento formale in modo che chiunque che completasse il programma potesse essere autorizzato a lavorare da infermiere una volta uscito dal campo. Ma all’epoca gli studenti di infermieristica nei campi profughi venivano abilitati a trattare pazienti soltanto perché erano “infermieri di emergenza” che operavano per necessità in tempo di guerra. Siria ospitava rifugiati europei

I funzionari del Merra concordavano sul fatto che per i bambini dei campi profughi era meglio avere una routine regolare. L’istruzione era una parte cruciale di quella routine. Le aule dei campi profughi del Medio Oriente hanno avuto, nella maggior parte dei casi, troppi pochi insegnanti e troppi studenti, strutture inadeguate e sovraffollate. Eppure non tutti i campi erano così. A Nuseirat, per esempio, un rifugiato artista ha realizzato molti dipinti e li ha appesi sulle pareti di una scuola materna all’interno del campo, rendendo le aule “luminose e allegre”. Locali volenterosi hanno donato giocattoli, giochi e bambole per l’asilo, portando un funzionario del campo a far notare che “non aveva nulla da invidiare a molti asili negli Stati Uniti”.

Credit: United Nations Archives and Records Management Section e Muhammad Hamed/Reuters

Quando La Siria ospitava rifugiati europei a volte non lavoravano e non andavano a scuola, i rifugiati prendevano parte a varie attività di svago. Gli uomini giocavano a pallamano e a calcio e socializzavano trattando sigarette – di tanto in tanto anche birra e vino, se disponibili – nelle mense all’interno del campo. Alcuni campi avevano terreni da gioco con scivoli e altalene dove i bambini potevano intrattenersi, e dove i funzionari del campo, le truppe locali e gli operatori della Croce Rossa organizzavano balli per i residenti del campo. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei

In questi appunti scritti a mano sono riportate le questioni che preoccupavano maggiormente i responsabili dei campi: la mancanza di privacy dei rifugiati, l’assenza di libertà, se le famiglie dovessero o meno essere separate dai rifugiati single, se i rifugiati con diversi background etnici e nazionali dovessero essere separati, e così via. Nella gestione dei campi, per gli ufficiali era fondamentale tentare di rendere la quotidianità nei campi il più possibile simile alla vita normale. Su gentile concessione di: International Social Service, American Branch records in the Social Welfare History Archives, University of Minnesota

Mentre La Siria ospitava rifugiati europei…Proprio come i rifugiati di oggi, gli europei che si trovavano nei campi profughi del Medio Oriente cercavano di tornare alla vita normale. Le persone che gestivano i campi volevano lo stesso. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oggi ci sono quasi 500.000 siriani registrati nei campi come rifugiati. Quasi 5 milioni di persone sono state sfollate a causa del conflitto. Siria ospitava rifugiati europei

La Siria ospitava i rifugiati europei

Rifugiati greci che dal 1945 al 1948 hanno vissuto in un campo profughi a Moses Wells, in Egitto, si riuniscono con i parenti nell’isola patria di Samo.

Siria ospitava rifugiati europei – Questa storia è stata prodotta con l’aiuto di Linnea Anderson, archivista del Social Welfare History Archives dell’Università del Minnesota, che ha fornito un accesso speciale e il permesso di riprodurre i contenuti dell’International Social Service – American Branch fondamentali per la documentazione della vita dei rifugiati. Il supporto è stato fornito in collaborazione con l’Immigration History Research Center at the University of Minnesota.
[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Francia verso la paralisi economica

Francia verso la paralisi economica – Scoppia la rivoluzione. Lo scontro tra il governo socialista e i sindacati sul disegno di legge di riforma del lavoro sta mettendo in crisi il sistema produttivo.

Francia verso la paralisi economica – La polizia questa mattina ha sbloccato il deposito di carburante di Douchy-les-Mines, nel nord, e di Brest, in Bretagna. Sei delle otto raffinerie del Paese sono o del tutto o parzialmente chiuse, 4mila stazioni di servizio sono a secco su 12mila, in sciopero anche il trasporto pubblico.

L’obiettivo dei sindacati, Cgt in testa, è costringere il Governo a ritirare la legge di riforma del mercato del lavoro. Il braccio di ferro è tra il premier Manuel Valls e il leader della Cgt Philippe Martinez quando mancano pochi giorni dagli Europei di calcio che inizieranno il 10 giugno.

“C‘è un appello allo sciopero generale, ci saranno assemblee generali come si dovrebbe fare in tutte le imprese”, ha spiegato in un’intervista a France Inter Philippe Martinez, segretario generale della Cgt, prima confederazione sindacale francese con 692mila tesserati. “Siamo determinati ad andare fino in fondo. La mobilitazione rischia di crescere fino a quando il governo si rifiuterà di discutere”.

Adesso a fermarsi potrebbero essere anche le centrali nucleari. La Cgt ha chiesto al personale di Edf, primo produttore di elettricità del Paese, di partecipare al movimento per fare aumentare la pressione sul governo, sia con abbassamenti di corrente che con tagli della rete.

Francia verso la paralisi economica – Guarda il video

(fonte: Lookthevideo.it, Euronews)

Modelle nude e vigneti

Giochi saffici e modelle nude nel vigneto: lo spot dei vini friulani fa discutere

Nude che giocano nella vigna. Le modelle nude protagoniste del video promozionale del vino friulano in Russia fanno discutere.

A vederlo il primo impatto che trasmette è quello di trailer di un film erotico. E invece il fine ultimo del filmato e di tutt’altro avviso. La scena riprodotta in un ambiente botticelliano vede delle bellissime modelle russe completamente nude che si divertono tra le vigne del Friuli Venezia Giulia.

Carezze e ammiccamenti saffici, temperatura hot e doppi sensi di facile comprensione.

Il video realizzato dalla fotografa Iris Brosch per pubblicizzare e promuovere il vino friulano dei vigneti Felluga e Pasini. In tanti si sono chiesti, dopo la pubblicazioni di questo video, se fosse necessario un filmato del genere per promuovere un vino di ottima fattura e qualità.

Il video ha suscitato diverse polemiche ed è stato giudicato “lesivo” dell’immagine italiana. Voi cosa ne pensate? Lasciateci un parere nei commenti…

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“Sex roulette” PartySex pericolosi

“Sex roulette”. i party sessuali dove una persona
ha l’Hiv: la nuova folle moda

Sex Roulette attualmente è considerata la massima espressione di sesso estremo, anche se sinceramente la notizia fa storcere un po’ il naso. Si chiamano ‘roulette sessuale‘ e sono delle vere e proprie orge alle quali le persone partecipano, sapendo che tra di loro c’è sicuramente un malato di Hiv. Nussuno sa chi sia: è nascosto nella folla e proprio da questo ‘meccanismo‘ contorto deriva il nome del nuovo trend del momento.  Un brivido, la sensazione di poter essere contagiati, il rischio di essere infettati quasi sicuramente. Ed è proprio quel ‘quasi’ che sta facendo riscuotere tanto successo alla ‘roulette sessuale’. La moda è nata in Serbia dove si è diffusa rapidamente tra i party gay, ma adesso sta spopolando anche tra eterosessuali.  “E’ come se si trattatesse di una roulette russa – ha ammesso uno spogliarellista serbo, conosciuto come Tijana -. Questo tipo di pratica è molto popolare: i partecipanti indossano delle maschere, fanno sesso e tra di loro è nascosta una persona infetta dell’Hiv. E’ sviluppata soprattutto tra i ceti alti: il rischio di poter aver fatto sesso con una persona sieropositiva è alla base della roulette sessuale”.

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E’ morto Marco Pannella

E’ morto Marco Pannella. Addio al leader radicale che ha cambiato il volto all’Italia restando sempre in minoranza.

All’età di 86 anni è morto Marco Pannella, leader  radicale, socialista, liberale, federalista europeo, anticlericale, antiproibizionista, antimilitarista, nonviolento e gandhiano.

Marco si è spento dopo una lunga malattia: Marco lottava contro due tumori, uno ai polmoni e uno al fegato, di cui ha parlato più volte pubblicamente. Negli ultimi Marco Pannella era stato ricoverato ma nelle ultime ore i medici l’avevano sedato, senza dare speranze di sopravvivenza.

Negli ultimi giorni le sue funzioni vitali – spiegano fonti mediche all’Ansa – sono peggiorate al punto che è stato ritenuto opportuno un trasferimento in una clinica romana più attrezzata presso il quale “non sono previste visite”. Un’accortezza per garantire tranquillità e riservatezza a Pannella.

La camera ardente si aprirà a Montecitorio a partire da domani alle ore 15. Poi nella notte in via di Torre Argentina si terrà una veglia al partito radicale.

Alfiere dei diritti individuali e inventore della disobbedienza civile, Pannella è stato capace di attirare tra i radicali i giovani contestatori degli anni settanta e poi, vent’anni dopo, di allearsi con Berlusconi. Ma nessuno direbbe che è stato un voltagabbana. Per lui l’importante era far vincere le sue idee. Certo non è stato un politico convenzionale: farsi arrestare per aver fumato uno spinello in pubblico (successe nel 1975) non è da tutti.

Anche la sua vita privata è stata fuori dagli schemi: “Sono legato da 40 anni alla mia compagna Mirella, ma ho avuto tre o quattro uomini che ho amato molto. E con lei non c’è stata mai nessuna gelosia”. Nessun figlio dalla moglie; ma forse più d’uno, per sua stessa ammissione, sparsi in giro per l’Italia, frutto dei suoi amori giovanili. I successi li ha costruiti con due armi: le sue parole e il suo corpo. Era lui il “signor Hood” di una canzone che gli aveva dedicato Francesco De Gregori: “con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole”.

“Un grande leader politico, il leader radicale che ha segnato la storia di questo paese con battaglie talvolta controverse ma sempre coraggiose e a viso aperto. Rendo omaggio a nome mio e del governo alla storia di questo combattente e leone della libertà”. Così il premier Matteo Renzi commenta la morte di Marco Pannella.

Ed Emma Bonino, intervenendo a Radio Radicale, lo ricorda così: “Mancherà a tutti penso persino ai suoi avversari Marco Pannella molto amato ma poco riconosciuto nei suoi meriti in questo paese che tanto gli deve. Credo che ora molti dovrebbero riflettere, ora che non è più in vita, sui suoi meriti e la sua presenza nella storia di questo Paese”.

FONTE ANSA

Il TTIP minaccia incombente dagli USA

Il TTIP la grande minaccia incombente dagli USA, cambierà in peggio le nostre vite se non riducendo drasticamente le aspettative di vita di ognuno di noi.

Che cos’è il TTIP?
Il TTIP è un trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico che ha l’intento dichiarato di modificare regolamentazioni e standard (le cosiddette “barriere non tariffarie”) e di abbattere dazi e dogane tra Europa e Stati Uniti rendendo il commercio più fluido e penetrante tra le due sponde dell’oceano.

L’idea sembrerebbe buona. Perché qualcuno lo definisce “pericoloso”?
Condividiamo la definizione perché, in realtà questo trattato, che viene negoziato in segreto tra Commissione UE e Governo USA, vuole costruire un blocco geopolitico offensivo nei confronti di Paesi emergenti come Cina, India e Brasile creando un mercato interno tra noi e gli Stati Uniti le cui regole, caratteristiche e priorità non verranno più determinate dai nostri Governi e sistemi democratici, ma modellate da organismi tecnici sovranazionali sulle esigenze dei grandi gruppi transnazionali.

I soliti “tecnici” che “rubano” il potere alla politica.
Infatti. Il TTIP prevede l’introduzione di due organismi tecnici potenzialmente molto potenti e fuori da ogni controllo da parte degli Stati e quindi dei cittadini. Il primo, un meccanismo di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement – ISDS), consentirebbe alle imprese italiane o USA di citare gli opposti governi qualora democraticamente introducessero normative, anche importanti per i propri cittadini, che ledessero i loro interessi passati, presenti e futuri.

Le aziende citerebbero gli Stati in tribunale.
Non solo; le vertenze non verrebbero giudicate da tribunali ordinari che ragionano in virtù di tutta la normativa vigente, come è già possibile oggi, ma da un consesso riservato di avvocati commerciali superspecializzati che giudicherebbero solo sulla base del trattato stesso se uno Stato – magari introducendo una regola a salvaguardia del clima, o della salute – sta creando un danno a un’impresa. Se venisse trovato colpevole, quello stato o comune, o regione, potrebbe essere costretto a ritirare il provvedimento o ad indennizzare l’impresa. Pensiamo ad un caso come quello dell’Ilva a Taranto, o della diossina a Seveso, e l’ingiustizia è servita.

Una giustizia “privatizzata”, insomma.
Non è l’unica questione. Un altro organismo di cui viene prevista l’introduzione è il Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti nominati della Commissione UE e del ministero USA competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta, ma anche contratto di lavoro o standard di sicurezza operativi a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi/benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra USA e UE da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione o mantenimento. Un’assurdità antidemocratica che va bloccata, a mio avviso, il prima possibile.

Per chi è allora vantaggioso il TTIP?
Il ministero per lo Sviluppo economico ha commissionato a Prometeia s.p.a. una prima valutazione d’impatto mirata all’Italia, alla base di molte notizie di stampa e interrogazioni parlamentari. Scorrendo dati e previsioni apprendiamo che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero nell’arco di tre anni dall’entrata in vigore dell’accordo: il 2018, al più presto. Il TTIP porterebbe, entro i tre anni considerati, da un guadagno pari a zero in uno scenario cauto, ad uno +0,5% di PIL in uno scenario ottimistico: 5,6 miliardi di euro e 30mila posti di lavoro grazie a un +5% dell’export per il sistema moda, la meccanica per trasporti, un po’ meno da cibi e bevande e da uno scarso +2% per prodotti petroliferi, prodotti per costruzioni, beni di consumo e agricoltura. L’Organizzazione mondiale del Commercio ci dice che le imprese italiane che esportano sono oltre 210mila, ma è la top ten che si porta a casa il 72% delle esportazioni nazionali (ICE – Sintesi Rapporto 2012-2013: “L’Italia nell’economia internazionale”). Secondo l’ICE, in tutto nel 2012 le esportazioni di beni e servizi dell’Italia sono cresciute in volume del 2,3%, leggermente al di sotto del commercio mondiale. La loro incidenza sul PIL ha sfiorato il 30% in virtù dell’austerity e della crisi dei consumi che hanno depresso il prodotto interno. L’Italia è dunque riuscita a rosicchiare spazi di mercato internazionale contenendo i propri prezzi, senza generare domanda interna né nuova occupazione. Quindi prima di chiudere i conti potremmo trovarci invasi da prodotti USA a prezzi stracciati che porterebbero danni all’economia diffusa, e soprattutto all’occupazione, molto più ingenti di questi presunti guadagni per i soliti noti. Danni potenziali che né la ricerca condotta da Prometeia né il nostro Governo al momento hanno quantificato o tenuto in considerazione.

È vero che, nonostante l’enorme importanza della questione, il Parlamento europeo non abbia accesso a tutte le informazioni sul modo in cui si svolgono gli incontri e sullo stato di avanzamento delle trattative?
Il Parlamento europeo, dopo aver votato nel 2013 il mandato a negoziare esclusivo alla Commissione – come richiede il Trattato di Lisbona – potrà soltanto porre dei quesiti circostanziati, cui la Commissione può rispondere ma nel rispetto della riservatezza obbligatoria in tutti i negoziati commerciali bilaterali, sempre secondo il Trattato, e poi avrà diritto di voto finale “prendi o lascia”, quando il negoziato sarà completato. Nel frattempo non ha diritto né di accesso né di intervento sul testo. I Governi stessi dell’Unione, se vorranno avere visione delle proposte USA, dovranno – a quanto sembra al momento – accedere a sale di sola lettura approntate nelle ambasciate USA (non si capisce se in quelle di tutti gli Stati UE o solo a Bruxelles, e non potranno nemmeno prendere appunti o farne copia. Un assurdo, considerata la tecnicità e complessità dei testi negoziali.

Quali effetti potrà produrre l’accordo se verrà approvato nella sua forma attuale?
Tutti i settori di produzione e consumo come cibo, farmaci, energia, chimica, ma anche i nostri diritti connessi all’accesso a servizi essenziali di alto valore commerciale come la scuola, la sanità, l’acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via a patto di affidarsi allo studio legale giusto e ben accreditato.

Il TTIP produrrà dei rischi per i cittadini?
Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (ETUC), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del TTIP, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’UE, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo Sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni.

È il primo caso del genere? O c’è qualche “antenato”?
Un meccanismo simile è entrato in vigore da meno di un anno tra UE e Korea, con la quale l’Europa ha sottoscritto un trattato di liberalizzazione commerciale molto simile anche strutturalmente al TTIP, facendo finta di non ricordare che come gli USA la Korea si è sottratta a gran parte delle convenzioni ILO e ONU. Imprese, sindacati e ONG che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato UE-Korea, hanno protestato con la Commissione affinché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta (http://goo.gl/82OLmh). Perché dovremmo pensare che gli USA, molto più potenti e contrattualmente forti si dovrebbero piegare alle nostre esigenze, considerando che sono tra i pochi Paesi che non si sono mai piegati a impegni obbligatori a salvaguardia della salute, o dell’ambiente come il Protocollo di Kyoto appena archiviato anche grazie alla loro ferma opposizione?

Il TTIP può produrre danni per la salute?
Faccio un solo esempio, basato sulla storia. Nel 1988 l’UE ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo è stata obbligata a pagare a USA e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri Governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura (http://goo.gl/HlqhTc).

Esistono alternative al TTIP? A cosa potrebbero aspirare i cittadini del mondo afflitti dall’attuale crisi economica?
Da molti anni non solo movimenti, associazioni, reti sindacali ma anche istituzioni internazionali come FAO e UNCTAD, le agenzie ONU che lavorano su Agricoltura, Commercio e Sviluppo, richiamano l’attenzione sul fatto che rafforzare i mercati locali, con programmazioni territoriali regionali e locali più attente basate su quanto ci resta delle risorse essenziali alla vita e quanti bisogni essenziali dobbiamo soddisfare per far vivere dignitosamente più abitanti della terra possibili, potrebbe aiutarci ad uscire dalla crisi economica, ambientale, ma soprattutto sociale che stiamo vivendo, prevedibilmente, da tanti anni. Stiamo facendo finta di niente, continuando a percorrere strade, come quella della iperliberalizzazione forzata stile IL TTIP, che fanno male non solo al pianeta e alle comunità umane, ma allo stesso commercio che è in contrazione dal 2009 e non si sta più espandendo. Da quando la piena occupazione europea e statunitense, che con redditi veri e capienti sosteneva produzione e consumi globali, sono diventate un miraggio, anche la crescita dei popolatissimi Paesi emergenti, che hanno fatto la propria fortuna grazie alla commercializzazione del loro capitale ambientale e umano a prezzi stracciati e ad alti costi ambientali e sociali, non è riuscita più a sostenere il paradigma della crescita infinita che si è rivelato per quello che era: falso e insensato. I poveri, che crescono a vista d’occhio e devono lavorare oltre le 10 ore al giorno per un pugno di spiccioli, consumano prodotti poveri e sempre meno; i ricchi, che sono sempre più ricchi ma anche sempre meno, consumano tanto e malissimo, e non creano benessere diffuso. Abbiamo la grande opportunità di voltare pagina, e di tentare di dare a questo pianeta ancora un po’ di futuro, rimettendo al centro della politica i beni comuni e i diritti. Col il TTIP, al contrario, ci chiuderemo le poche finestre di possibilità ancora aperte. Con la Campagna Stop TTIP, che raccoglie solo in Italia oltre 60 tra associazioni, sindacati, enti pubblici, cittadini e comunità, vogliamo fermare questa deriva e diffondere tutte le alternative possibili e più efficaci delle vecchie ricette fallimentari che continuiamo a subire.

Il TTIP e’ oarte di una piu’ ampia strategia americana per espandere le loro esportazioni e al contempo contenere le esportazioni della Cina. Un accordo analogo e’ gia’ stato concluso con il Giappone e altri Paesi asiatici. Se si concludesse quello con l’Europa si chiuderebbe il cerchio protezionista intorno alla Cina e alla Russia, i soliti cattivi della storia. Ma l’aspetto commerciale, che danneggierebbe gravemente le esportazioni europee a vantaggio di quelle americane, e’ solo un aspetto del problema. Ci sono poi quelli della salute umana, della protezione dell’ambiente, del trattamento umanitario degli animali, degli ogm. Come la stessa famiglia Obama ha piu’ volte evidenziato, l’alimentazione degli americani non e’ delle piu’ salutari perche’ dominata dal cibo spazzatura che ha delle pesanti ricadute sulla salute e sulla aspettativa di vita. Padronissimi gli americani di mangiare tutte le porcherie che vogliono, in omaggio ai profitti delle multinazionali, noi ci accontentiamo della miserabile dieta mediterranea. Da rilevare infine che gli accordi tipo il TTIP sono in netto contrasto con la tanto sbandierata globalizzazione, che e’ stata subito archiviata dagli USA quando hanno capito di non essere piu’ competitivi sul mercato globale.

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